Frammenti liberamente tratti dal saggio della Professoressa Mariarosa Dalla Costa, curatrice del libro: Isterectomia. Il problema sociale di un abuso contro le donne (articoli di Mariarosa Dalla Costa, Giuseppe Perillo, Daria Minucci, Paolo Benciolini, Riccardo Samaritani), Franco Angeli, Milano, 1998, 1999 2a ed. aggiornata e ampliata.
L’ambito della salute aveva costituito un asse portante nel dibattito e
nelle iniziative del movimento femminista in Italia e in vari paesi
dell’occidente avanzato negli anni Settanta di questo secolo come già
nell’Ottocento negli Stati Uniti.
Si trattava di pretendere anzitutto il dovuto rispetto verso le donne e
adeguato ascolto nei confronti delle loro richieste da parte dei medici anziché
atteggiamenti frettolosi e superficiali, a volte anche volgari e sadici.
La generazione di donne che aveva lottato sul parto e sull’aborto,
mentre avrebbe visto questi terreni già dissodati spesso lasciati nuovamente
all’incuria, avrebbe scoperto che anche riguardo all’isterectomia il problema
si ripresentava tutt’altro che risolto.
La frequenza con cui tale operazione si è data e si dà, come risulta
dalle stesse testimonianze delle donne che ne parlano a fatica proprio perché
la vivono come menomazione, contrasta con la verosimiglianza di una
corrispondente frequenza di patologie così gravi da giustificarla.
Da tempo le donne nella ginecologia incontrano due approcci: l’uno più
olistico, rispettoso della donna come persona e del suo diritto a salvaguardare
l’integrità del proprio corpo…l’altro, meccanicista riduzionista, definibile
anche come “approccio dell’età”, portato avanti da medici che, ritenendo
superflui utero e ovaie con l’avvicinarsi della menopausa, propongono
quest’operazione più in base all’età che alla patologia. E’ questo secondo
approccio che rende l’isterectomia un problema sociale.
E’ stato proprio nelle verifiche condotte con più medici e con numerose
altre donne che ho dovuto constatare come questa proposta sia divenuta da tempo
una specie di rete in cui va a
incagliarsi il corpo femminile nell’età matura, rete che lo attende, lo
imprigiona e lo consegna ad un’operazione mutilante e castratoria, fortemente
lesiva a livello fisico e psichico, e che quindi solo in casi del tutto
eccezionali, quando è in causa un male molto grave non diversamente
risolvibile, può essere giustificata.
L’isterectomia, coniugata in genere all’ablazione delle ovaie, emergeva
man mano come caso che registrava un rapporto medico-paziente estremamente
viziato sotto vari aspetti. Il primo è la sostituzione che avviene in pratica
da parte del medico, rispetto alla paziente, riguardo alla decisione di
effettuare questo intervento , inducendo in vari modi nella donna la
convinzione che l’isterectomia totale, a una certa età, indipendentemente dalla
patologia che pare divenire solo l’occasione contingente, è opportuna.
In genere l’esistenza di altri tipi di intervento non viene nemmeno sottoposta
alla conoscenza e valutazione della paziente, e se la stessa chiede
informazioni riguardo alla possibilità di interventi meno lesivi, viene negato
che alla sua età sia possibile o abbia senso.
In realtà all’orrore profondo che una donna prova di fronte alla
proposta di isterectomia e che ricaccia indietro, soffoca dentro se stessa,
perché, se lo dice il medico, evidentemente è un’operazione necessaria, orrore
di cui questi non tiene minimamente conto perché ormai il rapporto umano con la
paziente sembra appartenere a pretese romantiche fuori dal tempo, si aggiunge
l’orrore di questo frasario che, nelle espressioni citate, talvolta ripetute
anche in occasione delle ecografie per ribadire quanto “naturale” debba essere
considerato imboccare questa strada, ho sempre trovato di sapore nazista.
Questa operazione quindi, in troppo frequenti casi, viene proposta come
unica soluzione, soluzione opportuna, di buon senso quando si ha una certa età
e si deve risolvere una qualche patologia uterina, benefica rispetto al mettere
al riparo da rischi maggiori….
A mio avviso, in un rapporto medico paziente che si concretizza come sopra descritto, indirizzando la paziente senza fondata ragione all’intervento più invasivo e più demolitorio, tacendo o svalutando, altrettanto senza ragione, le possibili alternative, tacendo i rischi e i danni dell’operazione stessa, possiamo ravvisare non solo gli estremi del consenso disinformato, ma ben di più, del consenso male informato. Il consenso in questi casi , mi sembra piuttosto carpito con l’inganno (consenso decettivo) alla paziente, cui non si lascia scelta tra strade diverse che non vengono nemmeno sottoposte alla sua attenzione… Paradossalmente, mentre ha fatto notevoli passi avanti il dibattito sul consenso informato, per cui oggi una giurisprudenza e una dottrina maggioritarie sostengono che va rispettato il diritto del cittadino al rifiuto del trattamento sanitario anche in casi estremi, linea su cui si è posto il codice di deontologia medica del 1995, qui (relativamente all’isterectomia) in casi che non sono per nulla estremi, si registra la pratica proposizione/imposizione di quello che è il trattamento peggiore perché più invasivo, demolitorio, menomante, nonché frequentemente portatore di altre patologie e necessità di altri interventi.
La firma di un’autorizzazione è comunque invalida se non conclude un processo di comunicazione reale con cui il medico abbia effettivamente trasmesso alla paziente un’informazione esaustiva riguardo a terapie e interventi possibili… e gliela abbia trasmessa in modo che la paziente sia resa effettivamente consapevole delle scelte percorribili per affrontare nel miglior modo la patologia di cui si tratta… La negozialità medico-paziente deve comunque svolgersi entro un quadro di plausibilità. Il medico è tenuto ad agire secondo “scienza e coscienza” e quindi a proporre l’intervento che, in base a costi e benefici, produce il minor danno.
Là dove si pratichino un’isterectomia e un’annessiectomia non necessitate da quelle gravi patologie non diversamente risolvibili che sole le possono giustificare, si ravvisano gli estremi del reato di lesioni personali gravissime in base all’art. 582 c.p., con le aggravanti previste dall’art. 583 c.p., 2° comma, punto 3, che include espressamente in tale fattispecie “le lesioni personali da cui derivi la perdita dell’uso di un organo o della capacità di procreare”. Qui infatti, menomando gratuitamente l’integrità di un corpo, si va addirittura a “sottrarre organi” che, oltre a svolgere funzioni essenziali nel momento in cui vengono tolti, avrebbero una pluralità di funzioni anche dopo l’età fertile:
La questione cruciale qui in gioco è che il medico che orienta così disinvoltamente all’isterectomia (e annessiectomia) viola quello che è un diritto umano fondamentale e indiscutibile, cioè il diritto a salvaguardare l’integrità del proprio corpo, cui dovrebbe corrispondere un criterio di etica medica di salvaguardia anzitutto del corpo stesso nella sua integrità per i poteri riproduttivi che racchiude. Poteri finalizzati dalla natura non solo a produrre altri corpi ma anzitutto a riprodurre il corpo in quanto tale di ogni individuo.
Ma, anche a voler soffermarci ad una visione che vede isolatamente i singoli organi, non solo l’asportazione dell’utero ha spesso (come già ai medici dovrebbe essere noto) conseguenze negative per le funzioni espletate da altri organi (esiti sul sistema urinario e sulla motilità intestinale) ) e per l’ espletamento dell’attività sessuale, ma, come da parte di alcune studiose si osserva, l’utero costituirebbe parte fondamentale del sistema endocrino femminile per cui avrebbe importanti funzioni anche dopo l’età fertile producendo ormoni ed altre sostanze, in particolare la prostaciclina che inibisce la formazione dei trombi.
Varie donne inoltre accusano dopo l’intervento di isterectomia spesso
accompagnato da ovariectomia senso di perdita, disturbi a livello psichico,
depressione, mancanza di desiderio sessuale, riduzione di secrezioni sessuali e
di piacere fisico in generale, perdita di energia e di resistenza fisica,
aumento di peso, affaticamento, insonnia, mal di testa, dolori lombari, male
alle giunture, senso di vertigini.
Nessuna donna può desiderare di
essere isterectomizzata se non è più che necessario così come nessuna donna può
desiderare di subire un’operazione, in questo caso per di più pesante, in
quanto, oltre alle cicatrici, eventuali aderenze, dissesti nell’organismo e
rischi di vario tipo, l’operazione può comportare anche la necessità di
trasfusioni che, in un periodo come quello attuale, di grande morbilità, con
presenza di morbi vecchi, nuovi e non conosciuti, può divenire, in modo del
tutto imprevedibile causa sia di malattie che di morte.
Ma anche per affrontare l’eventuale cedimento dei muscoli addominali
così come l’insieme di conseguenze, alcune certe, altre probabili, che
l’intervento di isterectomia comporta, viene lamentato dalle pazienti che non
vengono loro fornite, al momento della dimissione, delle linee guida scritte,
che le informino in modo adeguato di tali conseguenze e indichino come
affrontarle e a quali strutture sia possibile rivolgersi.
L’abuso dell’isterectomia non inizia in questo secolo. In questo secolo
si massifica. Ma già nell’Ottocento, al di qua e al di là dell’Atlantico, pur nella
frequenza imparagonabilmente minore di questa operazione a causa delle
scarsissime garanzie che la chirurgia di allora poteva offrire per la
sopravvivenza delle pazienti, isterectomia, ovariectomia e clitoridectomia si
praticavano anche come aberranti pratiche chirurgico terapeutiche per i
disturbi femminili più svariati e inconsistenti…
In Italia il Ministero della Sanità registra 38000 isterectomie per
l’anno 1994, 68000 per l’anno 1997 equivalenti all’aspettativa di subire questo
intervento per una donna su cinque. Nel 1998 le isterectomie sono salite a
69720. In alcune regioni del nostro paese l’aspettativa è per una donna su 4.
Nella vicina Francia
l’aspettativa è per una donna su 20 a livello nazionale, una su 25 a Parigi e
regione (per un totale di circa 12 milioni di abitanti) e la tendenza è alla
diminuzione. Il confronto con tali dati, considerata anche la ristrettezza di
casistiche che ancor oggi possono richiedere questa operazione, farebbe
apparire non giustificato l’80 per cento di tali interventi in Italia.
L’ovariectomia, chirurgica o
medica, provoca non solo una menopausa anticipata ma profondamente diversa, con
danni che non si verificherebbero, o non in quel modo, in una menopausa
fisiologica. Eppure alcuni testi di ginecologia prescrivono, ancora,
l’asportazione di ovaie sane alla donna fin a partire dai 40 anni. La chiamano
ovariectomia profilattica. Quante donne ha rovinato e continua a rovinare?